Qui il Prosecco ha imparato a chiamarsi Prosecco.
Antonio Carpenè voleva fare in Italia quello che riusciva solo ai francesi. Per riuscirci ha dovuto inventare quasi tutto: il metodo, la scuola, la cantina.
Un chimico che si fidava della sua terra.
Si era laureato in chimica a Pavia e scriveva a Pasteur e a Koch. Ma prima ancora di avere un’azienda, Antonio Carpenè girava le campagne intorno a Conegliano per insegnare ai contadini i primi rudimenti della viticoltura. Era convinto che da quelle colline potesse nascere un vino all’altezza di quelli francesi, e che il modo per dimostrarlo fosse insegnarlo a chi la terra la lavorava davvero.
Poi andò in Francia a imparare come nasce la bolla dentro la bottiglia. Tornò, e la fece con le uve di casa. Per anni quel vino non ebbe un nome suo: lo chiamavano Champagne italiano, perché un nome migliore non esisteva ancora.
Angelo Malvolti, il nome di un uomo che non aveva eredi.
Per aprire servivano soldi, e Antonio non li aveva. Li mise Angelo Malvolti, possidente e amico di famiglia, che credette nel progetto quando ancora non esisteva un prodotto da mostrargli. Restò una ventina d’anni, poi fu liquidato delle sue quote. Morì senza figli.
Fondò la scuola che avrebbe formato anche i suoi concorrenti.
Otto anni dopo la cantina, insieme al professor Giovanni Battista Cerletti, Antonio Carpenè fondò a Conegliano la prima Scuola di Viticoltura ed Enologia d’Italia. Era convinto che senza cultura quel territorio non si sarebbe mai risollevato — e che tenersi il sapere stretto non fosse un buon modo per far crescere un vino.
La città lo ringraziò intitolandogli la strada dove ancora oggi c’è la cantina, e mettendogli un busto davanti alla scuola. Suo figlio Etile istituì una medaglia d’oro per il miglior diplomato: da allora si è fermata solo negli anni di guerra.
La prima etichetta al mondo a dire Prosecco.
Nel 1923 la Francia si riprende la parola Champagne, e il vino di Conegliano resta di colpo senza nome. Etile Carpenè, seconda generazione, fa allora una cosa che a nessuno era venuta in mente: prende il nome del vitigno e lo scrive in etichetta.
Prosecco Vino Pregiato Amabile dei Colli di Conegliano. Da quel giorno il Prosecco smette di essere un’uva e diventa un vino.
La bottiglia del 1924, con la prima etichetta Prosecco.
Il metodo francese non andava bene. Così ne hanno fatto un altro.
Antonio aveva imparato il Metodo Classico in Francia, ma capì presto che al Prosecco non serviva: è un vino giovane, fresco, aromatico, che dà il meglio subito e si perde nelle lunghe attese sui lieviti. Invece di adattare il vino al metodo, cambiò il metodo.
Il brevettato sistema Carpenè per la fabbricazione dei vini spumanti, in una stampa successiva al 1880.
La bolla esce dalla bottiglia
Brevetta la presa di spuma in grandi recipienti — quello che allora si chiamava semplicemente Metodo Carpenè.
L’autoclave, e il mondo
Mette a punto il sistema in autoclave e comincia a vendere il vino fuori dall’Italia, quando quasi nessuno lo faceva.
Il difetto che sparisce
Negli anni Trenta risolve il guaio che perseguitava il Prosecco: le bottiglie che ripartivano a fermentare sullo scaffale. Bastava scaldare il vino finito a 38-40 gradi per un ciclo preciso.
Piccole cose sopravvissute a due guerre.
Lo stabilimento è stato distrutto due volte e due volte ricostruito. Quello che è rimasto sta in poche vetrine, ed è da lì che ancora oggi si va a cercare un’idea.
Il microscopio Zeiss
Un Carl Zeiss Jena di fine Ottocento, a un solo ingrandimento. Serviva a contare lieviti, muffe e batteri dentro il vino.
L’ebulliometro
Misurava il grado alcolico dalla temperatura a cui il vino bolle: più alcol contiene, più bassa è. Il grado si leggeva direttamente su una scala graduata.
La bottiglia a forma di zucca
I contadini portavano nei campi acqua e grappa dentro zucche svuotate, tappate con un torsolo di pannocchia. Sul tappo di sughero quel torsolo c’è ancora.
L’unica casa spumantistica italiana ancora nelle mani della famiglia che l’ha fondata.
Delle due cantine che nell’Ottocento facevano spumante in Italia, una è stata venduta. L’altra è ancora qui, nella stessa strada, con lo stesso nome di allora — quello di Antonio Carpenè e quello del suo socio.